Spesso una donna si trova ad affrontare situazioni che, sotto certi punti di vista, risultano imbarazzanti.
Sì, perché è imbarazzante che io, donna, debba essere licenziata. È imbarazzante non riuscire a trovare un lavoro. È imbarazzante sentirsi dire che “in questo momento non è il profilo giusto”, quando il vero problema è che sono mamma. O incinta. O potenzialmente entrambe le cose.
Come se il lavoro fosse un privilegio concesso a chi riesce a nascondere la propria vita personale. Come se la professionalità avesse una data di scadenza che coincide con una gravidanza.
L’imbarazzo, in realtà, non nasce da me. Nasce dallo sguardo degli altri. Dalle domande non fatte, ma chiarissime. Dai sorrisi di circostanza, dai silenzi improvvisi quando dico la verità. Nasce dal modo in cui una donna viene osservata nel momento in cui esce dallo schema: troppo madre per lavorare, troppo lavoratrice per essere una “brava” madre.
Giustificarsi sempre
Ci abituiamo a giustificarci. A spiegare perché abbiamo bisogno di un orario flessibile. Perché un figlio malato non è una scusa. Perché una gravidanza non cancella anni di esperienza. Abbassiamo la voce, minimizziamo, sorridiamo. Come se chiedere rispetto fosse pretendere troppo.
Il vero problema non siamo noi
Eppure, più il tempo passa, più diventa chiaro: il problema non siamo noi. Non sono io. Non è la mia scelta di diventare madre. Non è la mia ambizione.
Il problema è un sistema che fa fatica ad accettare che una donna possa essere competente, determinata e anche madre. Che possa costruire qualcosa senza dover rinunciare a una parte di sé.
Cambiare prospettiva
Forse è arrivato il momento di smettere di chiamarlo imbarazzo. Di smettere di portarlo sulle spalle come se fosse una nostra responsabilità.
Forse è il momento di chiamarlo per quello che è: un limite culturale, non personale. Io sono una donna. Sono una madre. Sono una professionista e non c’è nulla, assolutamente nulla, di cui vergognarsi.
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